SPDC
Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura
Il reparto ti rimane sotto le unghie.
Non te ne accorgi finché non torni a casa, finché non fai le tue cose, finché non finisci di finire (questa ripetizione è una ripetizione della realtà stessa) le tue cose, finché non riordini le tue cose, e ti siedi.
Ti passi la mano sulla faccia e senti l’odore del reparto, delle stanze del reparto, dei pazienti del reparto.
Non lo senti sul palmo della mano accuratamente lavato, né sui polpastrelli che sono stati sistemati e quasi lisciati sia dai guanti di gomma che dal sapone igienizzante: lo senti sotto le unghie, come se avessi graffiato le pareti stesse per fartelo restare lì.
Il reparto odora di merda, sangue, e vecchi disinfettanti che rimangono ad ammorbidire più che ammorbare l’aria, mischiandosi in un qualcosa di dolciastro e malato, che sa di guarigione metastatica, di colpi di tosse che vengono dal diaframma e portano con sé un carico di storie rintanato nel catarro.
E si nasconde anche per ore questo odore, non se ne va se ti lavi le mani, non ti va via neanche se ti tagli le unghie, né si interessa del fatto che hai indossato i guanti protettivi per evitarti tutte queste cose: il reparto, a un certo punto, viene con te anche se te ne vai da lui.
Si riconosce la gente che è stata in reparto da chi non c’è stata anche dal fatto che tende a sfiorarsi le unghie, ad annusarsi distrattamente le unghie, a tenere le mani in tasca o ben nascoste, a non porgerle con facilità, per paura che qualcuno possa sentire l’odore di sangue inesistente, di merda dolciastra, di mix farmaceutico-mefitico, di qualcosa che rimane a corredo di quello che si è vissuto.
Il suono delle lacrime, le grida di dolore, le persone legate ai letti che si agitano addirittura, gli insulti rivolti a Dio o a chi è di turno, o a entrambe le cose assieme (chi è di turno è Dio, e Dio pare non essere mai di turno in reparto, o cambierebbero un paio di cose di sicuro) possono anche finire per essere ignorati e dimenticati: ho scoperto che se si mette una certa frequenza che in qualche modo si annullano le altre frequenze, si fa per l’acufene; forse è per questo che in reparto si bestemmia così tanto dentro la propria testa quando si è di turno, per cancellare il suono delle bestemmie delle altre persone, forse per questo dentro si è così pieni di lacrime, di pezzi rotti, e di artiglieria del dopoguerra nella botola sotto l’atrio sinistro: perché alla fine se non si avesse tutto questo materiale a disposizione non si potrebbero cancellare i suoni dalla testa per finire il turno.
L’odore no, l’odore è una di quelle cose strane che non si annulla, si somma: non penso esista un contro-odore, anche il deodorante in fondo si chiama così ma non è che toglie l’odore, lo copre con altri odori, ma dura fino a un certo punto, è una gara: il deodorante è il tappeto d’aria profumata sotto cui nascondi la puzza del reparto, ma anche un tappeto copre solo fino a un certo punto, poi si forma la montarozza come nei cartoni animati e nei fumetti, e quando esplode tutti gli odori diventano un qualcosa che sembra quasi visibile.
Per questo si usa di norma un qualcosa di igienizzante che sa così tanto d’alcol che non è che voglia coprire gli odori, vuole stordire direttamente chi annusa: se si è totalmente fuori di testa, magari la puzza di merda sangue e dolore se ne va, no?
No.
Quello che però si arriva a capire, è che se non si fa un po’ di tempo in reparto, non si sta poi del tutto in ciò che offrono i pazienti: c’è chi arriva a dire che il reparto è bellissimo, che è un’esperienza meravigliosa, che ha fatto tante cose bellissime grazie al reparto, ma io non penso sarò mai tra quelli.
Forse perché c’ho visto i morti in reparto, o forse perché mi sono visto morto in reparto, perché ho dovuto inseguire chi voleva scappare dal reparto, o forse perché alla fine sono capitato nel reparto sbagliato, la mia non è una demonizzazione di tutti i reparti, ma solamente dell’odore del reparto.
Quello, forse più di ogni altra cosa, è il primario fattore di guarigione dei pazienti psichiatrici: se il rischio è rimanere troppo a lungo immersi in quella traccia di vita che si scompone scaglia dopo scaglia, come una psoriasi dell’anima, alla fine qualcosa entra in gioco per salvarti.
O ti fa morire del tutto.
